Si vis pacem “parabellum”

Una volta ho letto una storia interessante.
Raccontava che l’inferno è un tavolo pieno di cibo, attorno al quale sono sedute persone con in mano un cucchiaio lunghissimo, e sono destinate a soffrire la fame perché quest’ultimo è troppo lungo per poterlo portare alla bocca.
Ma in realtà anche il paradiso è un tavolo pieno di cibo attorno al quale sono sedute persone con in manu un cucchiaio lunghissimo, però lì nessuno soffre la fame perché si imboccano l’una con l’altra.
Ecco, alla fine anche la vita, la stessa vita, può essere un paradiso o un inferno a seconda di come la vivi.
E niente, evidentemente non ho scelto proprio il paradiso.
Per carità, so di essere in buona compagnia. Kurt Cobain, giovane ricco bello famoso e pieno di figa, ad un certo punto disse che non si divertiva più, e decise di spararsi un colpo di fucile in bocca.
La questione è che niente mi toglie dalla testa che, per bene che vada, non sarò mai contento. E che, anche se il bicchiere è mezzo pieno, è mezzo pieno di merda.
Ebbene si, temo che questo sia il migliore dei mondi possibili.
Sto vedendo morire i custodi dei miei luoghi del cuore. Ci sta. E’ giusto così.
Certo è che non ho intenzione di fare la stessa fine.
La morte resta l’unica cosa certa del futuro, tanto vale farsi trovare pronti.
Se vuoi la pace preparati alla guerra è sempre valido, anche quando si parla di pace eterna.
Resta però una domanda. E’ il poco ossigeno a darci allucinazioni, o è il troppo ossigeno a mettere un velo davanti alla verità?

The Matrix

Sono un gran appassionato di Matrix.

E quando dico Matrix, dico il primo. Perché, a parer mio, il due e il tre non sono nemmeno degni di avere questo nome.

Detto questo, la verità è che in Matrix io non sarei Neo, non ho il suo coraggio.

Non sarei Morpheus, non ho la sua fede.

Forse potrei essere l’agente Smith, potrei avere il suo senso del dovere.

Ma la verità è che io sarei quel figlio di puttana di Cypher.

Perché sono così.

Perché preferisco una bella bugia ad una brutta verità.

Perché il sistema mi divora e si, mi piace. Io SONO il sistema.

Pillola azzurra tutta la vita.

Perché poi, in fondo in fondo in fondo, il mio fine è stare bene ed il mezzo non è poi così importante.

Eccola la verità politicamente scorretta che non si può dire.

L’ho detta.

E ora?

To Do List

Quando muore il custode di un luogo del cuore si diventa numeri primi, soli per definizione.
Immagino sia il destino di tutti coloro che non sono poi così cari agli dei.
La solitudine percepita diventa più alta, perché si va dove gli occhi guardano, e dove gli occhi guardano non vediamo più nessuno.
Nel frattempo spero di non farmi troppe domande sbagliate, perché possono dare solamente risposte ancora più sbagliate. Non voglio arrivare a chiedermi “perché proprio a me?”, quando la domanda giusta sarebbe “perché non a me?”.
Non voglio vergognarmi di essere cattivo, perché lo siamo tutti, però voglio fare il buono.
Vorrei essere sempre me stesso, ma nel caso fossi un coglione vorrei che qualcuno me lo dicesse, così potrei cambiare. Perché tutti vedono il quadro storto, tranne il padrone di casa.
Vorrei essere sempre più consapevole del fatto che una goccia nell’oceano è lei stessa l’oceano, ma da sola è soltanto una goccia (mentre l’oceano resta l’oceano).
Vorrei ricordarmi che non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta, ma nemmeno nel cuore di chi se ne sbatte il cazzo.
Vorrei ricordarmi che la felicità è sopravvalutata, ma anche le parole e le azioni degli altri. Ma che problemi avete? Fate quello che vi pare, io farò altrettanto, non sembra difficile.
Vorrei anche imparare a distinguere le cause dalle conseguenze, che dovrebbero essere due cose totalmente opposte e invece si fondono e si confondono.
Alla fine di tutto questo a Samarcanda non incontreremo nessuna nera signora, ma, in questo universo egocentrico, semplicemente noi stessi, da cui tutto parte e a cui tutto torna.
Io vorrei incontrarmi migliore di quando mi sono lasciato, contento di quel che ho fatto e sereno su quello che non ho potuto fare.

Hogwarts Express

Questa mattina ero seduto sul tazza a leggere un interessante articolo intitolato “Perché i maghi vivono più a lungo dei babbani?” e ho pensato che forse stavo buttando via il mio tempo.
Poi nel pomeriggio ho partecipato alla riunione più inutile della storia e ho rivalutato il tempo speso a leggere l’articolo del mattino.
Ma quanti modi ci sono per buttare via il proprio tempo?
La pandemia mi ha fatto capire, per quanto possibile, che non voglio più stare fermo, lo sono stato anche troppo.
Ora giro a 1000 e sono lanciato in cose che non so bene dove mi porteranno e da cui non si può tornare indietro facilmente, ci sarà da faticare ma “per aspera ad astra”, o almeno così dicono.
L’altra settimana mi hanno detto che non faccio mai niente per niente, e così sulle prime non mi è suonato come un complimento.
Comunque non ho ancora capito se sia vero, ci devo pensare.
Voi siete capaci (davvero) a fare le cose per niente?

Il tempo degli dei – Antonio Benvenuti

Qui non ho mai scritto recensioni, ma oggi ne vale la pena. E poi si è sempre in tempo per cominciare.

“Il tempo degli dei”, di Antonio Benvenuti.

Gli dei affidano la propria vita al Drago e alla Minaccia, custodita da Re Valreda, ma la famiglia reale a causa di un tradimento cade in un vortice di distruzione e morte.
Un dio oscuro cerca di approfittarne per impadronirsi della Minaccia e distruggere gli altri dei, promettendo in cambio vendetta e potere.
Ailo cresce in questa storia nella storia e si trova coinvolto, con i suoi amici ed i suoi nemici, ma sempre sotto lo sguardo di Dio, in un gioco molto più grande di lui.

Sì, c’è anche Dio nel libro, ma è una presenza discreta, che non disturba nemmeno un ateo brutto e cattivo come me. La storia è avvincente, e più si va avanti e più si viene tirati dentro questo “strano” mondo.

Tomato Timer

Invidio un po’ i giovani per la loro immotivata e insensata fiducia in se stessi e nel mondo.
Mi piacerebbe tornare indietro ma non sarebbe giusto, ora tocca a loro essere coglioni e questa vita è come quelle società up-or-out
A me tocca capirli, perché loro non possono capire i vecchi, ma i vecchi hanno il dovere di capire i giovani, anche solo per il semplice fatto di esserlo già stati.
Ci sono giorni in cui il male del mondo ti sembra di sentirlo tutto. Ed è ovvio che non è tutto, ma è comunque troppo.
Per pensarci un po’ meno lavoro sotto pomodoro, e nei 5 minuti che il pomodoro mi concede butto giù queste righe senza rileggerle.
Sulla fiducia.

“Una porta chiusa senza la maniglia”

E’ un po’ più facile di quanto si pensi ma un po’ più difficile di quanto si possa scrivere.
E’ un anello, non ha un inizio o una fine, ecco perché è complicato.
Dovrebbe essere messo giù in un colpo solo e non si può, è un paradosso.
“E’ difficile capire se non hai capito già”
Miliardi di scelte fatte nel tempo hanno portato ad un qui ed ora tra i miliardi di miliardi di qui ed ora possibili.
Scenari in continua evoluzione, influenzati da talmente tanti fattori da essere alla fine completamente casuali e caotici, come il fumo che si alza da un fiammifero. “Verso l’infinito e oltre”, direbbe il mio amico Buzz.
In tutto questo casino orientarsi è difficile, io sto solo provando a tenere una rotta già impostata da altri, sempre con la paura che un piede fuori dal sentiero tracciato mi faccia precipitare nel baratro.
Eppure sono certo che migliaia di altre vite possibili non sarebbero state né migliori né peggiori, ma semplicemente diverse.
Si deve accettare ciò che arriva perché non si può fare altrimenti.
Si deve cercare il buono in quel che arriva, non per la sindrome di Pollyanna ma per sfruttarlo a proprio favore, perché sarebbe stupido non farlo.
Sarebbe anche stupido costruirsi una casa intorno senza ricordarsi di montare la maniglia alla porta.
Se io amassi un po’ di più la vita e non la vedessi come la caduta in un pozzo, le cose sarebbero molto più semplici.
Io invece so vivere solamente nella paura che questo davvero sia il migliore dei mondi possibili.
Devo procurarmi una maniglia da tenere sempre in tasca.

Z

Sono un po’ confuso.
E’ la difficoltà di far convivere l’apparenza di una vita normale con la sostanza di troppe domande inopportune che ti tarlano il cervello.
Dov’è ciò che è stato?
Dov’è ciò che poteva essere e non è stato?
Dov’è ciò che sarà?
Temo sia tutto qui, a far casino insieme a ciò che è.
Su diversi livelli non collegati tra loro, certo.
Ma a volte si sfiorano, e vediamo ombre di cose che non vorremmo vedere.
Certo è che i piani B sono sopravvalutati, un po’ come la felicità.
L’unico piano che bisogna sempre avere è lo Z.

Sinestesie

La vita è un frattale.
Tutto è costruito ad immagine e somiglianza del proprio creatore, perché nessun creatore potrebbe fare altrimenti.
Ecco perché, a cascata, è sempre tutto uguale, solamente più piccolo.
E quando vedi le cose dall’alto non distingui più i dettagli, e allora le capisci davvero.
E capisci che forse la stessa vita, la tua stessa vita, così per come tu la intendevi, non è poi così importante.
Voi l’avete mai sentito il profumo di una canzone?

“quanto costa la guerra se non c’è speranza di vincerla?” (cit.)