In che senso?

Vedo la gente morta.

Ma no, non in quel senso.

E’ che anche in momenti pieni di vita non posso fare a meno di pensare che moriremo tutti. E non posso non chiedermi il senso di tutto questo.

Guardatevi in giro. Tra cent’anni non ci sarà più nessuno vivo tra le persone che vedete. Nemmeno i bambini che ora hanno tutta la vita davanti.

Questo momento che senso avrà?

E che senso ha ora?

Che poi davvero c’è un sacco di gente che se ne sta andando, come quando inizia la fine della festa.

Sirius

E’ abbastanza evidente, anzi è ovvio, che non siamo tutti uguali.
C’è chi è fatto per godersi la vita e chi no, mettiamola così.
E quando parlo di godersi la vita non parlo di donne e yacht. Parlo della capacità di assaporare ogni momento.
Io mi sforzo di farlo, ma già solo il fatto mi costi uno sforzo la dice lunga su quanto fallimentare sia questa mia impresa. Perché è come per le storie d’amore, non importa che ne valga la pena, perché pena non ce ne dovrebbe essere.
Alcuni volgono lo sguardo altrove, ma io non sono molto bravo nemmeno in quello.
Sotto l’aspetto pratico sono capace ad affrontare la vita, ma sotto l’aspetto filosofico sono una vera schiappa.
Anche prima, che non vedevo il velo, ne sentivo comunque la presenza. Ora ho scollinato e lo vedo, giù in fondo.
E non riesco più a distogliere lo sguardo.

Festivalbar ’99

Se riesci a parlare con qualcuno significa che quel qualcuno non sei tu e che alla fine del viaggio le sorti saranno diverse.
Siamo chiusi nel nostro corpo, non possiamo uscire ma possiamo andare più dentro, più in profondità, dove non si sente il rumore che arriva da fuori ma si percepisce soltanto solitudine.
Proprio perché siamo soli non bisogna paragonarsi agli altri, perché si rischia di festeggiare non i propri successi ma gli altrui insuccessi.
Bisogna paragonarsi a noi stessi di ieri, questa è l’unica sfida che conta.
Se ieri mi avessi chiesto dov’è la felicità, avrei dato la risposta sbagliata.

Sogni strani

Mio zio mi invita a casa sua a cena e poi a dormire.

Nel sogno la sua casa è un enorme villone su tre piani, e c’è un sacco di gente. Direi che si tratta di una festa, c’è anche mio padre.

Lì incontro anche C. che vuole a tutti i costi farmi fidanzare con una sua amica. Le dico che non posso, ma lei insiste, mi chiede di farla contenta.

A cena c’è del cibo strano, ma non ricordo i dettagli.

Dopo cena mi cerco una camera per dormire, e finisco a dormire con A. , che era anche lui lì. Scopro però che è sonnambulo e durante la notte fa casino, e quindi vado a cercarmi un’altra stanza.

Mentre giro per i corridoi finisco in una stanza dove c’è una festa, e una tizia mi bacia e mi ringrazia, ma non so per cosa.

Alla fine trovo una stanza dove poter dormire.

Al mattino mi sveglio e vado, con mio padre, in montagna da mia madre. Le raccontiamo della festa, lei dice di aver visto le foto sui social, e sgrida mio padre che non ha uno smartphone e non può postare le foto.

Io voglio fare colazione, ci sono i buondì motta ma sono tutti schiacciati e provo a gonfiarli con il compressore. Però poi non sono buoni, e dico a mia madre che forse ci è finito dentro l’olio del compressore.

Poi arriva un tizio a cercare mio nonno, lo aiuto a cercarlo, e alla fine lo troviamo in bagno.

Bang Bang

Quando mi sento dalla parte giusta sono a disagio perché mi chiedo se non stia sbagliando senza accorgermene, un po’ come quelli che non tollerano gli intolleranti.
Garanzie di essere nel giusto non ce ne sono mai, l’unica è che farò tutto quello che posso.
Le cose più difficili sono solamente una sequenza di cose facili, ma anche quelle bisogna spingerle con tutta la forza che si ha, senza risparmiarsi, ed io a volte non ho nemmeno la forza di spingere me stesso.
In questi casi bisogna accettare che alcune cose restino indietro.
Capire come vanno è il primo passo, accettarle è il secondo, lasciarle andare è il terzo.
A volte non ci riusciamo per attaccamento al passato o ansia del futuro, ma se ci riusciamo loro torneranno sotto forme migliori.
E’ come negli scacchi, a fine partita tornano tutti nella stessa scatola, re e pedoni, bianchi e neri, e poi sono pronti a giocare di nuovo.
Noi non siamo speciali, siamo gli altri, siamo i pezzi degli scacchi. Figli del mondo, che qualcuno ha preparato come ha potuto ad affrontare questo tritacarne che è la vita.
E se ci penso mi prende un forte senso di inadeguatezza, perché mi sembra di fare sempre più fatica per ottenere sempre meno risultati.

“non si può fermare il tempo non si può mutare il vento” (cit.)

Cose che capitano

Mi capita di svegliarmi alle tre del mattino con una buona idea per il lavoro, una di quelle geniali. Così mi alzo e la scrivo perché, se mi riaddormento, al mattino non la trovo più.

Mi capita di essere consapevole di essere felice, che per come sono fatto io è un evento raro. La felicità è assaporare ogni momento, ma soprattutto è farci caso. Tutti i cani che ho avuto hanno cercato di insegnarmelo, ma non sono stato sempre un buon allievo.

Mi capita di provare a prendere il controllo della mia vita come forse mai ho fatto prima. Io, che di solito mi affidavo alla corrente, ultimamente ho iniziato a remare in direzioni precise. Che la vita è in salita, e quando ti sembra in piano è solo perché sta arrivando un gradino. Ma non importa, se non stai sudando evidentemente non lo stai facendo bene.

Mi capita di capire che è meglio avere storie diverse con la stessa persona che non storie tutte uguali con persone diverse. E non sono parole mie, le ho lette da qualche parte, forse Gramellini, ma un conto è leggerle un conto è diventarne consapevole.

Mi capita di capire che non esistono giusto e sbagliato, semplicemente accade ciò che non poteva essere altrimenti. Forse sto diventando più rigido, potrei dire che è la primavera, ma in realtà sono le primavere.

Mi capita di sentire un’intervista a Elisa che dice che le spiace di non essere più incosciente come un tempo, ma è felice di esserlo stata, perché la rende più tollerante verso gli incoscienti del mondo. Presumo lo stesso valga quando non siamo noi a comunicare, ma i bambini che sono in noi. O, scendendo ulteriormente di livello, le nostre anime.

Alla fine se togli tutta la roba inutile le cose rimangono proprio poche, ed è tutto molto più semplice.

E.

Dopo che l’avevano operato al cuore, in una pausa caffè fuori dall’ufficio, mi disse, accendendosi una sigaretta, che i medici gli avevano ordinato di mettersi assolutamente a dieta.
“E di smettere di fumare invece non te l’hanno detto?” gli dissi ridendo.
“Ovvio che me l’hanno detto, ma preferisco morire”.
E comunque non si mise nemmeno mai a dieta.

E’ morto in ospedale un mattino di dicembre, solo come aveva vissuto, per l’ultimo scherzo che gli ha fatto il cuore, ed è finito sepolto un sabato pomeriggio in un paesino di provincia, senza nemmeno un funerale, perché l’unica lontana parente che è stata rintracciata ha deciso che non era il caso di spendere più di tanto per questo cugino di ennesimo grado quasi sconosciuto.

Da solo nella vita, nella morte e persino dopo la morte.
Eri una bella persona, non te la meritavi così tanta solitudine.

Or dye tryin’

C’era una persona che veniva a parlarmi dal cancello del suo giardino.
Ora non si avvicina più, resta seduta davanti a casa, troppo lontana per sentirla.
Parla ancora, ma delle parole che diceva un tempo ne risconosco solo alcune, non abbastanza perché sembrino un discorso sensato.
Forse è il destino di tutti, col tempo, ritirarsi sempre di più fino a sparire dentro casa.

Ce n’era un’altra che era zen e che saperla al mondo mi rendeva più sereno, e ora non c’è più.
Per essere zen bisogna essere concentrati sul qui e ora, ne avrei bisogno e non ci riesco.
Il discorso però andrebbe approfondito: chi sta cadendo da un palazzo può davvero dire di stare bene finché non si schianta a terra?

La verità è che sto un po’ cedendo, però bisogna tenere dritto il timone, anche se non si hanno più forze per fare altro.
O riuscirci, o morire provandoci, parafrasando 50 cent.
Più vedi gli altri cadere e più è difficile trovare la forza di stare in piedi, perché la voglia di arrendersi si fa più forte.
Ma non si può, non ancora.

Se guardiamo il male abbastanza a lungo possiamo accettarlo, e addirittura trovarlo normale.
E’ vero, ma non ho ancora capito se sia un bene o un male.

Io sono fatalista e penso che le cose vadano come devono andare, però mi piace lavorare in sicurezza o almeno provarci.
Cerco di tessere fili che tutti insieme formino una rete che non mi farà schiantare al suolo quando cadrò, perché prima o poi si cade tutti.
Ci sono persone che avevo vicino e che ogni scelta di vita che hanno potuto fare l’hanno fatta diversa da me, col risultato adesso di anni luce di distanza tra noi.
Non so se esistano il giusto e lo sbagliato ma, se esistessero, almeno uno di noi sarebbe evidentemente un gran coglione.
Non so nemmeno tra noi chi stia meglio e chi stia peggio, però dalla mia ho che le cose cambiano e sforzarsi a non cambiare è contro natura.
Non evolversi porta all’estinzione, ed è possibile bagnarsi sempre nello stesso fiume solo se il fiume non è un fiume ma una palude maleodorante.
Certe cose dovrebbero dirtele prima, ma la verità è che dette così non le capiresti, devi prima provarle e quando le provi è tardi.
Non pretendevo fosse tutta discesa, ma non pensavo nemmeno sarebbe stata tutta salita e soprattutto non sapevo che non ci sarebbe stato il sellino.
Dovrei urlare qualcosa a chi sta sotto ma non saprei da dove iniziare, e quindi lascio stare e continuo a pedalare. La mia visione “se non stai faticando lo stai facendo male” è una condanna.